domenica 17 ottobre 2010

Zingara...

E una sera inciampai in una persona bizzarra. Amica di un'amica. Era arrivata con quasi un'ora di ritardo, ma era entrata nella mia macchina come ci conoscessimo da sempre: tirando fuori storie acrobatiche su imprevisti che l'avevano trattenuta. Una voce quasi soul, lievemente consunta e ricca di frequenze medio basse, una risata sincera. Queste le prime immagini di lei che ho tra i ricordi. Scherzava continuamente su di sé, sulla sua vita e sui suoi amici, ironizzando su cose che trovava assurde, ma che evidentemente adorava, del suo modo di essere. Viveva, in un certo qual modo, dividendosi tra Roma e il suo paesone in provincia di Bari. Ma in realtà, per via di un mestiere che ha a che fare con la politica, ma con poche e nebbiose prospettive, passava più tempo ad attraversare l'Italia che in queste sue due case perfettamente equipollenti.
Di lei mi aveva conquistato questa familiarità con gli spostamenti continui, la sua serenità di fronte alle incertezze che la vita le riservava e una profondità d'animo imponderabile. Per una settimana ci siamo indagati le vite, scoprendo di essere quasi sempre negli stessi luoghi dell'anima. Fino a tornare, poi, ognuno al proprio peregrinare e alla propria destinazione.
I chilometri e le città, l'odore delle stazioni e il ferro dei binari, i ritardi e le corse, le diverse inflessioni dell'italiano e gli sguardi forestieri, possono riempire l'esistenza. Così che i viaggi non sono più parentesi tra una permanenza e l'altra, ma diventano vita quotidiana. L'unica vita possibile. Vita interrotta da soste. Soste tra parentesi. E poiché il viaggio è la quintessenza della vita, così, abitanti di un treno, ci si sente inequivocabilmente vivi. L'unico vero rischio è di non vedere mai nessuna città oltre la sua stazione, di abituarsi all'odore del ferro dei binari, di correre inutilmente per un ritardo e di conoscere lingue e sguardi quasi al buio, o nella migliore delle ipotesi... Sotto un quarto di luna

sabato 16 ottobre 2010

Omicidio e condanna...

Esistono molti modi di uccidere una stessa Persona. Molti tipi di violenza nell'uccidere. Nella stessa Persona, molte varietà di vita da toglierle. E invece esistono pochi modelli di assassino. Solo due, che io sappia. Quelli con una coscienza e quelli senza.
E' da più di un anno che sono un assassino. Ed ho sempre, mio malgrado, avuto una coscienza. Ho spezzato con una violenza, ch'era figlia del più alto senso della mia coerenza, quasi tutte le vite di una Persona. La Persona.
Ora sconto una condanna all'ergastolo. In un carcere senza sbarre. In una cella d'isolamento, in mezzo alla folla. In questo luogo di pena, non c'è giorno e notte, non passano stagioni. Il tempo è fermo e, dopotuttto, "...non resta che tacere...".
Di questo racconto nella mia canzone Silenzio.

Elisabetta...

La morte non aveva mai sparato tanto vicino a me. Spesso l'ho immaginata così da adolescente: un cecchino invisibile, che mira nel mucchio. Un cecchino impazzito. Perché, davvero, troppe volte la morte colpisce in modo che non si riesca a coglierne la logica.
Eppure questa volta la logica c'era ed era la più classica, la più accettabile: la logica del tempo. Chi ha fatto il proprio tempo è comprensibile che muoia. Elisabetta, sì, aveva quasi compiuto ottantanove anni. Il suo tempo. La quantità di tempo concessa dagli eventi ad una persona è sempre determinante nel riuscire ad accettare una morte. Ottantanove anni sarebbero abbastanza, credo. Noi occidentali proprio non riusciamo a riflettere adeguatamente sulla qualità del nostro tempo. E' dentro la nostra cultura millenaria: la vita dev'essere quanto più lunga possibile. Eppure il nostro tempo può essere così orrendo da arrivare a non potersi dire vissuto.
Elisabetta è riuscita a vivere quasi tutti i suoi anni. Lo so per aver vissuto con lei quasi tutti i miei anni. Ha iniziato a spegnersi ben prima della sua morte. I suoi ricordi ad essere cancellati come tracce di gesso su una lavagna, uno alla volta. Fino a non ricordarsi più bene chi si è veramente. E poi ha perso la capacità di camminare, di muoversi e di parlare. Infine, di Elisabetta è rimasto un soffio di vita biologica, muta, imprigionata in una carcassa capace solo di respirare. Mia nonna, perciò, non è morta un giorno. Ci ha messo degli anni. Pochi, ma pur sempre anni. Quanto basta per non viversi la sua scomparsa come una coltellata, ma come un "fade out". E quanto basta, però, anche per allontanare nel tempo della memoria l'immagine vera di lei: Elisabetta la Querecchje. E' stata una donna piena. Piena di cose da dire, piena di cose da fare, piena di racconti, di proverbi più o meno popolari. Piena di voglia di camminare, di incontrare, di curiosare. Quando queste cose si sono spente, lei non c'è più stata.
Querecchje, nel dialetto del mio piccolo paese di collina, deriva da quajre, cuoio. Significa "dalla scorza dura", "testarda", ma anche "resistente", "dura a morire". Era l'appellativo informale, il soprannome, della sua famiglia. Famiglia composta da persone, appunto, longeve e testarde.
Elisabetta, Pelle di cuoio.
Questa canzone l'ho scritta poco dopo la sua morte. In un turbinio di riflessioni su mia nonna, su come ha vissuto, sul senso di certi aspetti della vita. Domande a cui in fondo nessuno ha trovato risposte e alle quali dunque, meno che mai, ho saputo rispondere io.
Elisabetta, mia nonna, è stata una persona comune. Piena di grandissimi limiti, di grossolani difetti e piena di stupefacenti affetti, di inimmaginabile forza d'animo e voglia di vivere. Una persona che, in ogni senso, mi ha "...insegnato a navigare..."

Il senso...

Dalla parte sbagliata è un pugno di canzoni. Un pugno di note e parole. Persone e storie. E luoghi del mondo e dell'anima. E' una direzione della vita, un lato da cui vedere le cose. Un senso di marcia e una causa per cui lottare...