sabato 16 ottobre 2010

Elisabetta...

La morte non aveva mai sparato tanto vicino a me. Spesso l'ho immaginata così da adolescente: un cecchino invisibile, che mira nel mucchio. Un cecchino impazzito. Perché, davvero, troppe volte la morte colpisce in modo che non si riesca a coglierne la logica.
Eppure questa volta la logica c'era ed era la più classica, la più accettabile: la logica del tempo. Chi ha fatto il proprio tempo è comprensibile che muoia. Elisabetta, sì, aveva quasi compiuto ottantanove anni. Il suo tempo. La quantità di tempo concessa dagli eventi ad una persona è sempre determinante nel riuscire ad accettare una morte. Ottantanove anni sarebbero abbastanza, credo. Noi occidentali proprio non riusciamo a riflettere adeguatamente sulla qualità del nostro tempo. E' dentro la nostra cultura millenaria: la vita dev'essere quanto più lunga possibile. Eppure il nostro tempo può essere così orrendo da arrivare a non potersi dire vissuto.
Elisabetta è riuscita a vivere quasi tutti i suoi anni. Lo so per aver vissuto con lei quasi tutti i miei anni. Ha iniziato a spegnersi ben prima della sua morte. I suoi ricordi ad essere cancellati come tracce di gesso su una lavagna, uno alla volta. Fino a non ricordarsi più bene chi si è veramente. E poi ha perso la capacità di camminare, di muoversi e di parlare. Infine, di Elisabetta è rimasto un soffio di vita biologica, muta, imprigionata in una carcassa capace solo di respirare. Mia nonna, perciò, non è morta un giorno. Ci ha messo degli anni. Pochi, ma pur sempre anni. Quanto basta per non viversi la sua scomparsa come una coltellata, ma come un "fade out". E quanto basta, però, anche per allontanare nel tempo della memoria l'immagine vera di lei: Elisabetta la Querecchje. E' stata una donna piena. Piena di cose da dire, piena di cose da fare, piena di racconti, di proverbi più o meno popolari. Piena di voglia di camminare, di incontrare, di curiosare. Quando queste cose si sono spente, lei non c'è più stata.
Querecchje, nel dialetto del mio piccolo paese di collina, deriva da quajre, cuoio. Significa "dalla scorza dura", "testarda", ma anche "resistente", "dura a morire". Era l'appellativo informale, il soprannome, della sua famiglia. Famiglia composta da persone, appunto, longeve e testarde.
Elisabetta, Pelle di cuoio.
Questa canzone l'ho scritta poco dopo la sua morte. In un turbinio di riflessioni su mia nonna, su come ha vissuto, sul senso di certi aspetti della vita. Domande a cui in fondo nessuno ha trovato risposte e alle quali dunque, meno che mai, ho saputo rispondere io.
Elisabetta, mia nonna, è stata una persona comune. Piena di grandissimi limiti, di grossolani difetti e piena di stupefacenti affetti, di inimmaginabile forza d'animo e voglia di vivere. Una persona che, in ogni senso, mi ha "...insegnato a navigare..."

1 commento:

  1. QUESTA ELISABETTA E' UNA DONNA DALLA PELLE DURA?
    SEMBRA DI SI.
    MA ALLA FINE ....L'ESSERSI CONSUMATA CON PREGHIERE E SANGUE....CHE SIGNIFICA?

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